In attesa che il Ministro risponda dopo avere accertato i fatti (a mio parere non lo farà dato che per altre questioni importantissimeri guardanti precarietà, disoccupazione e soldi pubblici non ha dato alcuna risposta), vi invito a riflettere su alcune aspetti:

– in Sicilia lo sfruttamento del lavoro avviene frequentemente nell’ambito di servizi pagati con i soldi dei cittadini. I comuni hanno l’obbligo di vigilare affinchè ciò non avvenga.

– Questo genere di interpellanze tocca il cuore dei rapporti fra economia, soldi pubblici e politica, ossia il cancro che sta uccidendo il nostro paese.

– Anche la denuncia di un singolo lavoratore merita di essere ascoltata e supportata, specie se tocca i “grandi sistemi”.

– Essere sfruttati con un contratto “stabile” equivale ad essere precari.

Un ringraziamento particolare al sen. Giambrone per l’impegno concreto mostrato in parlamento e nel territorio siciliano: importanti vertenze, scomodissime per il sistema clientelare che invade la politica, sono state presentate senza alcuna esitazione.

Lidia Undiemi

Atto a cui si riferisce:S.4/03560 [Comportamento intimidatori dell’azienda ISEDA nei confronti dei dipendenti ]

Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-03560 presentata da FABIO GIAMBRONE

giovedì 29 luglio 2010, seduta n.416

GIAMBRONE

– Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali –

Premesso che:

è giunta all’interrogante notizia che l’azienda ISEDA (Impresa servizi ecologici disinquinamentoambienti) Srl, appaltatrice di servizi di raccolta rifiuti in diversi comuni della Sicilia, con sede legale ad Aragona (Agrigento), che ha in appalto i servizi d’igiene urbana nei Comuni facenti parte dell’Ambito territoriale ottimale Ge.s.a. Ag. 2, abbia nei confronti dei lavoratori dipendenti un comportamento intimidatorio, che arriva fino al licenziamento sulla base, a quanto consta, di motivazioni arbitrariamente costruite, perché sia da monito agli altri lavoratori;

i lavoratori dipendenti della suddetta azienda rimangono per mesi senza stipendio: nel dicembre 2008,per esempio, dovevano ancora ricevere le retribuzioni relative allemensilità di ottobre e novembre, mentre nel maggio 2009 non eranoancora state pagate quelle di marzo e aprile. In più, i trattamenti economici maturati per aver prestato attività lavorativa nei giorni festivi risultano riconosciuti soltanto figurativamente in busta paga; tale situazione determina, per i lavoratori in questione, difficoltà nell’accesso ai mutui o, qualorali abbiano in corso, nel pagamento delle rate, e non solo: c’è chi nonriesce neppure ad acquistare il carburante necessario per recarsi allavoro ma, risulta all’interrogante, il sollevare questo problema conl’azienda ottiene come esito l’invito a licenziarsi;

a quanto sopra si aggiungono le precarie condizioni igieniche in cui risulta che lavorino i dipendenti dell’azienda in questione;

per ottenere uno stipendioregolare, e non una retribuzione mensile ogni tre mesi, nel maggio 2009i lavoratori hanno aderito ad uno sciopero di due giorni programmato dalle organizzazioni sindacali, ma la quasi totalità ha poi protratto di altri due giorni lo sciopero, cercando di ottenere l’assicurazione che entro il 12 maggio avrebbero almeno ricevuto la mensilità di marzo. Uno di questi dipendenti, a un mese di distanza, si è ritrovato licenziato;

alcune gravi mancanze, considerate dall’azienda in questione tali da sfociare nella sanzione del licenziamento, sarebbero costruite su fatti non veritieri e persino con la complicità del sindacato: si va dall’assenza ingiustificata per un giorno di ferie chiesto per visita cardiologica, all’accusa di spacciarsi per rappresentante sindacale, quando in busta paga figurano i permessi retribuiti per tale attività, fino all’incitamento ai colleghi a proseguire lo sciopero,

si chiede di sapere se e come si intenda intervenire per verificare la situazione descritta in premessa e per evitare che le difficoltà economiche e la precarietà esistenziale, già determinate dalla crisi economica e più pesanti nelle regioni meridionali e insulari, diventino per alcune aziende, che magari vivono di appalti pubblici, uno strumento da rivolgere contro i lavoratori dipendenti per non rispettarne i diritti.

(4-03560)

19 agosto 2010

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