Riforma Mes: rischio commissariamenti preventivi. Ideologia neoliberista incontrastata

Questo articolo è rivolto a tutti i cittadini che non hanno ancora ben capito cos’è veramente il Mes, e quanto dannosa potrebbe essere per le popolazioni europee la riforma di cui tanto si discute.

Il Mes non è mica la novità dell’ultimo anno, poiché è stato creato nel 2012 come risposta europea – o meglio di una parte dell’Europa (in questo articolo scoprirete perché) – contro le conseguenze della crisi finanziaria statunitense del 2007, che si è manifestata giusto qualche anno dopo nei paesi europei.

In sintesi (tra tanti miei interventi vi invito a guardate questo), il Mes non è un fondo benefattore, ma una organizzazione finanziaria internazionale che ha come scopo quello di prestare denaro ai paesi in difficoltà a condizioni così stringenti come nemmeno la peggiore banca saprebbe fare.

In cambio di un “aiuto” finanziario, il Mes chiede infatti al paese debitore di attuare una serie di riforme, e così il governo di turno procede a soddisfare le richieste, in barba al basilare principio democratico secondo cui l’agenda politica la si decide con le elezioni. Oggetto di scambio è dunque la democrazia.

La natura delle riforme già chieste in altri paesi svela la cruda realtà del guaio che il M5s – dando il suo appoggio alla riforma nonostante abbia promesso ai suoi elettori di smantellare il Mes – si appresta a regalarci con conseguenze non calcolabili, ma non per questo non prevedibili.

Il Mes ha una sua ideologia politica, che è tipicamente neoliberista, come si può evincere dai protocolli d’intesa siglati con i paesi che ne hanno fatto uso. Il protocollo d’intesa è appunto l’insieme di riforme che lo Stato debitore si impegna a portare avanti, non soltanto durante il governo che ne fa ricorso, ma per un futuro imprecisato. In tal modo, già in linea di principio si può agevolmente comprendere come il Mes di fatto sospende la democrazia neutralizzando alla radice la sovranità popolare. Che poi i protocolli possano contenere riforme “buone” non cambia la natura autoritaria del Mes, perché ricordiamoci che la democrazia è una questione di metodo di governo.

Le riforme sono molto ampie: diritti dei lavoratori, organizzazione sindacale, imprese, pubblica amministrazione, sanità, pensioni, tasse e altro ancora.

L’obiettivo della facilitazione dei licenziamenti e della riduzione dei salari nel pubblico e nel privato è una posizione ideologica estremamente forte nei protocolli d’intesa, così come il taglio delle pensioni, nonché la riduzione della spesa pubblica, compreso anche il settore sanitario.

Le riforme non sono soltanto ampie ma anche dettagliate, al punto da non lasciare alcun dubbio sulla natura del Mes e sulla sua attitudine a sostituirsi ai governi e ai parlamenti nazionali, i quali diverrebbero dei meri esecutori.

D’altronde non c’era da aspettarsi qualcosa di diverso, perché in fondo tutto questo è consentito ai sensi del trattato Mes, nonché della norma europea che ha dato origine a questo ente finanziario, che è l’art. 136 del TFUE modificato.

Il Mes è stato creato per garantire la “stabilità finanziaria della zona euro”, da raggiungere mediante programmi di aggiustamento macroeconomico (art. 16, comma 2 del Trattato Mes) dei paesi richiedenti (leggasi austerità). Si tratta tra l’altro di una funzione che viene assolutamente rafforzata con la riforma del Mes, nello specifico nella parte in cui si ampliano le possibilità del Mes di potere incidere sull’agenda politica dei paesi che ne fanno parte con impegni preventivi.

Il Mes o si riforma oppure muore

Il perché il Mes abbia avuto la necessità di riformarsi ce lo spiegano le sentenze della Corte di Giustizia Europea (spiego in dettaglio in questo articolo cosa è accaduto), che ne ha di fatto notevolmente ridimensionato la portata, ribadendo che la politica monetaria è di esclusiva competenza della Bce. Da qui, con un intervento piuttosto esplicito di Draghi, la scomparsa dal dibattito pubblico della trasformazione del Mes in un Fondo Monetario Europeo.

Tutta la riforma del Mes va letta in questa prospettiva. Approvarla equivale a salvare le ambizioni del Mes, che è il contrario del suo “smantellamento”, per riprendere l’assurda pretesa di alcuni del M5s di far digerire ai suoi elettori il benestare alla riforma.

I protocolli d’intesa

Qui riporto qualche passaggio e metto a disposizione i testi.

Protocollo d’intesa Grecia 2012 (da pag. 133)

Protocollo d’intesa Grecia 2015

Protocollo d’intesa Cipro 2013

Protocollo d’intesa Portogallo 2011

Grecia

A proposito di sanità, nel protocollo siglato nel 2012, la parola d’ordine è ovviamente “razionalizzazione”, cioè tagli di spesa. Non è però solo questione di numeri, si mira a definire anche parametri qualitativi squisitamente politici. Ammodernamento e centralizzazione del sistema sanitario, limiti alla spesa farmaceutica ambulatoriale, limiti e controlli stringenti ai medici in materia di prescrizione, con azioni punitive per quelli che violano le regole, che possono anche sfociare nel licenziamento.

Poi, se le azioni intraprese non sono sufficienti per ridurre la spesa farmaceutica, si possono prevedere altre azioni volte a raggiungere tale obiettivo.

Sul tema del lavoro, già nelle premesse prevede la garanzia di ridurre il costo del lavoro per favorire la competitività, mediante tagli anticipati ai salari nominali e riforme strutturali del mercato del lavoro.

L’ostilità nei confronti della contrattazione collettiva e dei sindacati è anche questa notevole. Il governo si impegna a ridurre il costo per dipendente di circa il 15 percento durante il periodo del programma. Qualora non dovesse riuscirci mediante il dialogo sociale, ossia con il benestare sindacale, il governo si impegna ad emanare leggi per raggiungere tale obiettivo.

Riguardo al settore pubblico, viene richiesta una riduzione dei costi del personale, sia mediante il taglio delle retribuzione che mediante la riduzione del numero di dipendenti di almeno 150 mila unità nel periodo 2011-2015.

La lente di ingrandimento sulla contrattazione collettiva – preso di mira anche il diritto di sciopero – e sulle riforme del lavoro viene nuovamente puntata con il memorandum d’intesa supplementare del 18 gennaio 2018.

A ciò si aggiungano ulteriori tagli alle pensioni, da realizzarsi anche attraverso la riduzione del 12 percento delle pensioni superiori a 1300 euro al mese.

Cipro

Il commissariamento di Cipro (protocollo d’intesa 2013) è famoso per il “prelievo forzoso” sui conti correnti, che ha portato ad una battaglia legale dei correntisti con le istituzioni UE, che si è conclusa negativamente perché la CGE ha aderito alla decisione del Tribunale cipriota che ha eslcuso responsabilità dirette della Bce e della Commissione poiché il Mes è una organizzazione extra UE, ed il potere decisionale spetta ad essa e non alle istituzioni europee (alla faccia di chi dice che il Mes è l’Europa).

Qui trovate una mia pubblicazione sull’argomento, e sarebbe interessante approfondire quanto la riforma incide sulle eventuali pretese dei cittadini europei i cui diritti vengono lesi dal Mes.

Il memorandum d’intesa non ha previsto solo questo, ma anche la riduzione della spesa sanitaria, le riforme del lavoro e del welfare nella stessa direzione neoliberista.

Portogallo

Stessa cosa riguardo al Portogallo, dove spiccano la richiesta di tagli all’istruzione, razionalizzazione del personale della pubblica amministrazione e risparmi nel settore sanitario, compresi i tagli alle pensioni.

Mes nemico numero uno della sinistra e dei sindacati

Ora lo capite perché il Mes dovrebbe essere il principale nemico della sinistra e dei sindacati? Ma ancor prima di chi dovrebbe garantire il corretto funzionamento dell’ordine democratico?

Commissariati a tempo indeterminato con logiche puramente finanziarie

A mettere una pietra tombale nel dibattito circa l’assurdità di approvare la riforma è il modus operandi del Mes, il quale riserva allo stato debitore un trattamento che nemmeno la più severa banca sarebbe in grado di imporre ai propri debitori.

Il prestito viene infatti concesso “a rate”, con la minaccia della sospensione dell’erogazione qualora lo Stato in difficoltà non attui le dettagliate riforme richieste. A tal fine, periodicamente i rappresentati del Mes si recano presso le istituzioni nazionali del debitore per verificare la corretta esecuzione di quanto richiesto, da cui dipende la liquidazione della successiva tranche di prestito.

Dunque, se il paese debitore non fa ciò che dice la “banca Mes”, rischia di trovarsi di punto in bianco in una situazione di crisi finanziaria, tale per cui alla fine è costretto a cedere.

E’ sufficiente ripercorrere l’esperienza greca per comprendere la mostruosità del meccanismo. Oppure i precedenti che hanno portato al prelievo forzoso a Cipro.

Questo significa inoltre che il governo che ricorre al Mes ipoteca l’agenda politica per un futuro imprecisato, anche se subentra un altro governo con un’altra maggioranza e altre promesse elettorali. Fine della democrazia.

Interessante comprendere anche la dinamica del rapporto prestiti-imposizione agenda politica. Le pressioni del Mes potrebbero verificarsi per tutto il periodo di restituzione del prestito. In Grecia, ad esempio, il debito in favore dell’Efsf e del Mes ha una durata complessiva di ben 42 anni, quindi con scadenza del debito nel 2070. Nonostante l’ultima rata del prestito sia stata erogata nel 2018, la Grecia ha stipulato l’ennesimo protocollo d’intesa supplementare, siglato il 18 gennaio 2018, contenente una serie di prescrizioni anche per il periodo successivo.

La riforma del Mes

La riforma del Mes, dal linguaggio assolutamente criptico e ambiguo, mira a rimettere in pista l’organizzazione, come già detto pesantemente delegittimata dalla Bce che sta assumendo un ruolo di protagonista nella gestione della crisi. Questo spiega perché nessun paese è stato sino ad ora costretto a farvi ricorso.

Più in dettaglio, la riforma prevede tre punti che vale la pena evidenziare.

Il primo riguarda la necessità di conferire maggiore riconoscimento europeo al Mes nell’ambito dell’UE mediante una ridefinizione dei rapporti con la Ce e la Bce.

Il secondo riguarda le tanto discusse clausole di azioni collettiva con facilitazione della possibilità di ristrutturare il debito di uno Stato.

Il terzo, a mio parere più importante, riguarda la possibilità di commissariare un paese in via preventiva, ossia prima che questo acceda ad un prestito del Mes. L’obiettivo viene raggiunto mediante la riforma delle linee di credito condizionale precauzionale, che nella versione attuale del Trattato (art. 14) prevedono come condizione alla concessione del prestito la realizzazione di un protocollo d’intesa, mentre con la riforma tale linea di credito può essere concessa solo se nei due anni precedenti la richiesta (quindi sempre se non sai quando potresti chiederla) il paese ha in via preventiva accettato di sottostare a parametri quantitativi (meglio specificati nell’allegato III del trattato riformato), ma anche a parametri qualitativi dell’agenda politica, con un diretto riferimento alla Sorveglianza dell’UE. In pratica, mentre con la versione attuale del Trattato la sottoposizione al commissariamento può avvenire solo in caso di effettiva necessità di ottenere un prestito, con la riforma ciò avviene prima e senza prestito effettivo.

In pratica, in virtù della mera potenziale necessità di ottenere prestiti, gli stati possono essere permanentemente commissariati, probabilmente senza che la gente se ne accorga.

Questa sarebbe d’altronde l’unica soluzione per il Mes di potere contare qualcosa, visto che la gestione delle crisi attuali, lo si ripete, è in mano alla Bce.

Nella stessa direzione va infine letto il collegamento del Mes al Fondo di risoluzione unico per la gestione delle crisi bancarie. Chiediamoci infatti perché il Mes abbia avuto questa necessità di agganciare il proprio operato a quello previsto in ambito UE, dato che già aveva la possibilità di offrire prestiti agli stati per salvare le banche (art. 15), come già accaduto in Spagna. Evidentemente l’UE ha ridimensionato anche questo ruolo.

Il Mes è capitalismo neoliberista: la cantonata storica della sinistra

Avendo capito che il Mes privilegia gli interessi finanziari e capitalisti, mostrando la sua natura politica e classista, c’è da chiedersi come mai la sinistra, e più in particolare il PD, si sia prostrata dinanzi ad uno strumento tanto antidemocratico quanto di parte.

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About the Author

Lidia Undiemi
Esperta in materia di tutela dei lavoratori nelle trasformazioni di impresa. Dottore di ricerca in Diritto dell'Economia, dei Trasporti e dell'Ambiente. Titolo conseguito presso l'Università degli Studi di Palermo nell'aprile del 2010. Attualmente non ho alcun incarico all'Università di Palermo, continuo comunque ad impegnare gran parte del mio tempo in studi giuridici ed economici. Ho pubblicato un libro "Il ricatto dei mercati" che contiene una indagine sulla nuova governance economia europera ed internazionale, e sulle trasformazioni del mondo del lavoro nell'era della finanza. Sono autrice di pubblicazioni scientifiche, di cui l'ultima pubblicata nelle rivista scientifica di diritto del lavoro "Variazioni su Temi di Diritto del Lavoro" dal titolo "Trasferimento di parte d’azienda, appalti e collegamenti societari: complessità della realtà e nuove sfide interpretative". Ho realizzato un progetto scientifico e politico contro la crisi dell'economia reale e dei posti di lavoro causata dalla speculazione finanziaria. Credo nella ricerca come principale strumento principale di difesa contro derive autoritarie.

3 Comments on "Riforma Mes: rischio commissariamenti preventivi. Ideologia neoliberista incontrastata"

  1. Gabriele Angelico | 9 Dicembre 2020 at 13:22 | Rispondi

    Ottimo articolo

  2. stefano moroni | 10 Dicembre 2020 at 07:54 | Rispondi

    L’articolo mette in risalto alcune cose che credo possano essere catalogate in due gruppi; uno con una valenza squisitamente tecnica, l’altro invece, decisamente politica, nella accezione più ampia del termine.
    Per cominciare, credo spieghi abbastanza facilmente, la complessità di una struttura che nasce per nascondere un intento e quindi mistificare, il significato di due termini oggi molto usati e abusati e che sono solidarietà e controllo. Nel nome della prima, si esercita il secondo; e questo connubio, manifesta quale è l’obbiettivo che si vuole raggiungere: l’esercizio del potere.
    La storia del resto insegna, che c’è sempre stato, qualcosa o qualcuno che ha tentato di farlo; si è sempre parlato di Imperi, di Conquista, di Sottomissione; e sempre con lo strumento della guerra: ieri militare, oggi economica.
    C’è un solo passaggio con il quale non sono d’accordo. Quello in cui si parla dell’atteggiamento della sinistra (o quello che ne rimane) che non capisce come l’adozione del MES vada contro quelli che sono i principi ispiratori della salvaguardia del lavoro, dei salari, dell’equità sociale, della democrazia più in generale.
    Lo capiscono, eccome …

  3. anch’io ritengo che il PD abbia capito egregiamente la funzione del Mes nel controllo dell’agenda politica degli Stati indipendentemente dal Governo in carica. Per questo motivo, con questo disegno, esso persegue l’obbiettivo di mantenersi costantemente al Governo vuoi attraverso la protezione diretta dei tecnocrati del Mes ed europei, vuoi perchè gli stessi massacrerebbero qualunque altra forza politica li dovesse scalzare e quindi agevolando il loro ritorno al comando. In questa logica invece non capisco il ruolo suicida del M5s

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