Un premier non dovrebbe chiedere il “permesso” per governare il paese

Ballarò_16022014

Personalismi a parte, pare abbastanza scontato che il probabile nuovo governo non realizzerà alcun cambio di rotta rispetto ai problemi strutturali che incatenano il paese, sia dal punto di vista economico che istituzionale.

Questo, in un certo senso, lo conferma lo stesso Renzi quando, piuttosto che mettere in discussione la linea politica europea dell’austerità (salvataggi bancari a spese della collettività, lavoro precario, bassi salari, aumento delle tasse, ecc.), si limita a chiedere ai “piani alti” di Bruxelles una sorta di autorizzazione per potere ridurre il peso dei vincoli di bilancio, da cui dipendente inevitabilmente l’agenda politica.

Un premier non dovrebbe chiedere il permesso per governare il paese che è chiamato a rappresentare, e l’economia nazionale non può restare ancora intrappolata entro i rigidi parametri europei (di Maastricht cui si aggiunge la nuova regola del pareggio di bilancio “strutturale”), tra l’altro non supportati da alcuna teoria economica.

In ogni caso, la leadership politica crede davvero che tali limiti siano utili?

In Italia, il deficit pubblico si è progressivamente ridotto, passando dal 5,5% del 2009 all’attuale soglia del 3%; lo Stato non è poi così “cattivo”, anzi. Il debito pubblico lordo, invece, è aumentato passando dal 116,4% del 2009 al 132,9% stimato per il 2013, anche a causa degli aiuti finanziari all’Eurogruppo, a cui l’Italia ha già contribuito con circa 55 miliardi di euro1.

Secondo le previsioni contenute nella Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e riportate anche nelle tavole della Notifica, per il 2013 l’indebitamento netto e il saldo primario dovrebbero collocarsi rispettivamente al -3,0% e al 2,4% del Pil, mentre il debito, al lordo del sostegno finanziario all’Area Euro, si attesterebbe al 132,9% del Pil2.

In tutti i paesi in cui è intervenuta la Troika (UE, BCE e FMI) per fornire “assistenza finanziaria”, il debito pubblico è aumentato e non diminuito; i cittadini europei colpiti dall’austerità hanno pagato a caro prezzo i salvataggi degli interessi finanziari della zona euro. Ciò è accaduto in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Irlanda e a Cipro.

Rispetto a tali vicende, non vi è dunque alcuna valida esigenza di carattere economico legata al rispetto dei limiti di spesa, la questione è di natura puramente politica, che non riguarda soltanto il salvataggio degli interessi finanziari dell’eurozona, ma anche il governo del territorio. Se uno Stato accetta di essere vincolato a rigidi e predefiniti vincoli di spesa pubblica sanciti a livello comunitario (si veda la legge di attuazione del cd. pareggio di bilancio), è chiaro che il governo del paese passa dall’Italia a Bruxelles. Potrebbe dunque accadere che l’Europa conceda a Renzi la possibilità di sforare il limite del 3% relativo al deficit, ma si tratterebbe comunque di sottostare al volere di chi non rappresenta le nostre istituzioni nazionali.

Attenzione, anche l’UE ha il suo “vincolo esterno”, si chiama consenso popolare, se si tira troppo la corda c’è il rischio che si strappi. Basti pensare a quanto recentemente accaduto in Spagna, dove a seguito di una serie di proteste contro i limiti al deficit strutturale – praticamente insostenibili secondo i criteri dettati da Bruxelles – la Commissione Europea, assieme ad un gruppo di esperti, ha raggiunto un nuovo accordo tecnico per ridefinirli.

Siamo “cavie” da laboratorio economico?

1cfr., Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle amministrazioni pubbliche secondo il trattato di Maastricht, Nota informativa Istat, 21 ottobre 2013. Il dato relativo all’ammontare del contributo italiano ai piani di finanziamento dell’Eurogruppo è stato ricavato dal Bollettino della Banca d’Italia, fra i più recenti quello di dicembre 2013 n. 67.

2cfr., Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle amministrazioni pubbliche secondo il trattato di Maastricht, cit.

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