Progetto politico contro le esternalizzazioni abusive: introduzione

Già da parecchi anni, ormai, le politiche di esternalizzazione hanno precarizzato i posti di lavoro di centinaia di migliaia di persone, con effetti devastanti sulle loro condizioni di vita.

Nell’ambito della espansione della grande crisi economica e sociale, un ruolo determinante è stato certamente assunto dalla frenetica corsa alle cessioni di attività e all’esecuzione dei lavori in appalto, che hanno, di fatto, consentito a squallidi approfittatori di trattare i lavoratori come una qualunque merce di scambio.

Si tratta, si badi bene, di contrastare le esternalizzazioni non in quanto tali, ma le sue manifestazioni degenerative e parassitarie, troppo spesso ai limiti della legalità.

In questo contesto, le tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni diventano un’arma pericolosa, in quanto permettono controlli virtuali e a distanza di contesti produttivi strategici per l’Italia, a prescindere dalla formale attribuzione delle responsabilità tipiche dell’imprenditore, nonché del datore di lavoro, ai soggetti economici che governano il sistema economico.

La proliferazione dei gruppi societari ha favorito tale forma di speculazione attraverso il cosiddetto <<gioco delle scatole cinesi>>, reso possibile da una lacunosa regolamentazione del fenomeno societario, attualmente orientata a soddisfare le esigenze di un gruppo di <<privilegiati>> a scapito dell’interesse generale della collettività.

E’ evidente, infatti, che l’esercizio abusivo di schemi societari consente ai soggetti economici che hanno mal gestito determinate attività di riversare le proprie responsabilità ed i propri debiti sui lavoratori, su coloro che fanno seriamente ed onestamente impresa e sul sistema di gestione della spesa pubblica (INPS, INAIL e debito pubblico in generale).

Il dramma sociale a cui stiamo assistendo oggi è la materializzazione di un disastro annunciato, e così anche l’inafferrabile ed inspiegabile crisi economica, comodamente attribuita a fattori estranei alla volontà della classe dirigente italiana.

Dimostrare ciò è estremamente semplice, se si considera che l’aumento della disoccupazione, dei debiti sociali e delle società in stato di crisi hanno colpito settori di rilevanza nazionale protetti, a vario titolo, dalla vera concorrenza.

Specie nell’ambito dei vastissimi settori della pubblica amministrazione risulta evidente il legame tra il peggioramento delle condizioni di lavoro e l’affidamento dei servizi pubblici ai privati. Le attività cui sono addetti i lavoratori minacciati dalla disoccupazione, o che hanno già perso il posto di lavoro, continueranno ad essere appaltati dalla pubblica amministrazione alle società private, che saranno libere di continuare ad approfittare dell’attuale sistema, data l’assenza di provvedimenti correttivi da parte dell’amministrazione appaltante. Crisi? No, mera speculazione, anche perché molto spesso si tratta di servizi a prevalente impiego di prestazioni di lavoro.

Crisi e disoccupazione continueranno a  mietere vittime se non si affronta seriamente e con determinazione il problema della strumentalizzazione abusiva delle politiche di outsourcing.

La politica degli ultimi tempi, purtroppo, non ha fatto altro che assecondare, e a tratti promuovere con interventi legislativi ad hoc, questo fenomeno.

Una carente ed inadeguata politica legislativa costituisce l’asse portante delle strategie speculative e ricattatorie dei <<poteri forti>>.

In tal senso, esistono almeno due forme di ricatto <<collettivo>> che paralizzano lo sviluppo virtuoso del sistema economico e sociale italiano.

In primo luogo, la possibilità per gli operatori pubblici e privati di potere sostanzialmente cedere, tramite trasferimenti di attività, i lavoratori senza il loro consenso, dato che l’ordinamento giuridico italiano non prevede esplicitamente il diritto di opposizione del lavoratore al proprio trasferimento nell’ambito delle cessioni di attività. Questo significa che qualsiasi lavoratore, e dunque anche coloro che hanno un posto di lavoro <<stabile>>, rischiano ogni giorno di ritrovarsi senza un lavoro a causa di una scellerata politica aziendale, magari volta a licenziare illegittimamente, o semplicemente per tenere sotto ricatto, coloro che potrebbero dare fastidio ai <<padroni>>. Il rafforzamento della tutela dei lavoratori nei processi di esternalizzazione è un problema che riguarda l’intero universo dei lavoratori, e sono in molti ad aver compreso l’importanza della questione, che è, tra le altre cose, alla base della nascita di movimenti autonomi di difesa in tutta Italia.

L’altra pericolosissima forma di ricatto consiste nella possibilità di poter manovrare, per il tramite dell’attuale regolamentazione dei gruppi societari, le <<pedine>> dell’economia (speculativa) e dei posti di lavoro con estrema flessibilità, al punto da poter determinare un miglioramento degli assetti produttivi e dell’occupazione che è in realtà solo apparente e tutt’altro che stabile. Ciò consente agli speculatori di potere indirizzare il consenso ed il controllo delle masse verso i propri interlocutori politici. Tale ipotesi non è molto lontana dalla realtà, se si considera che il rientro dei capitali <<oscuri>>, favorito dallo scudo fiscale, darà ossigeno a questa strategia di potere, specie a seguito di un periodo di elevata disoccupazione.

In questo drammatico contesto, l’attuale governo è palesemente orientato a promuovere l’affidamento ai privati della gestione dei beni e dei servizi pubblici essenziali, attraverso la costituzione di una serie di S.p.a. Chi avrà i soldi per finanziare tali privatizzazioni/esternalizzazioni? Quali e quanti impiegati pubblici passeranno nelle mani dei privati? E’ servito a questo lo scudo fiscale? Chi garantisce i cittadini che non saranno i soldi della criminalità organizzata a finanziare questi passaggi?

Tutela dei diritti dei lavoratori, lotta concreta alla criminalità organizzata, salvaguardia della Democrazia e dello Stato di Diritto, ripristino della vera libertà di concorrenza economica e dell’Uguaglianza sociale sono tutte facce della stessa medaglia.

I casi Eutelia, Omega, Telecom Italia, Omnia Network, ATU sono soltanto la punta dell’iceberg.

Liberare la società civile da questa <<ragnatela>> è un obiettivo ambizioso, che può essere realizzato solo attraverso l’impegno della parte migliore della società.

Il principale punto di forza di tale progetto è che esso risponde alle esigenze concrete dei cittadini onesti di qualsiasi categoria o classe sociale.

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2 Comments

  1. Roberto said:

    Buongiorno Lidia.
    Mi chiamo Roberto, vivo a Bergamo e sono sempre stato appasionato di economia (disciplina in cui ho anche conseguito una laurea), anche se sono finito a fare il commercialista, prima, e il direttore finanziario poi.
    Su molte cose hai ragione (telecom italia et alias) e sono d’accordo che lo stato debba mantenere il controllo sui settori strategici (energia, telecomunicazioni, acqua, etc). Ma tutto dipende dal prezzo, ovverossia dalla legge ultima su domanda e offerta. Nota bene, non mi reputo un fan sfegatato di Keynes, neppure di Marx, credo che per tutto esista un ‘giusto mezzo’.
    Quesito numero uno: quando l’Enel mi offre un kilowatt a 1 euro (ipotizzo) e la EDF lo stesso kilovatt me lo farebbe pagare 50 centesimi, io cittadino secondo te, con chi farei il contratto?
    Quesito numero due:(…) se le aziende di stato buttano i soldi dalla finestra a questo modo, come è possibile non pensare di ‘privatizzarle’ per renderle efficienti?
    Quesito numero tre: ammesso e non concesso che ormai siamo calati nel cosiddetto ‘mercato globale’, tu come faresti per rendere più competitive le nostre aziende di stato? Tra WTO ed Europa non possiamo più imporre balzelli alle importazioni dagli stati Membri. Quindi?
    A mio profano avviso, i punti di partenza possono essere molteplici. Due, però (e che tra le altre cose esulano da un discorso prettamente economico), li considero di fondamentale importanza:
    1. Lo stato di diritto. Il governo tedesco ad esempio, nel formulare le proprie leggi, cerca di anticipare i fenomeni sia sociali che economici. Forse avevano pronte le leggi a tutela dei consumatori che acquistano su internet prima ancora dell’avvento della web economy. Certo, anche loro a volte sbagliano. E qui interviene successivamente la prassi, insieme alla giurisprudenza.
    2. La certezza della pena. Quando, come da noi, le leggi sono scritte in modo tale da poter essere interpretate ad libitum, la figura del magistrato acquisisce un potere enorme (oddio! lo strapotere della Magistratura!). La ‘giuria popolare’ all’americana, nell’essere ignorante delle leggi che è chiamata ad applicare, compensa il fenomeno. Questo scarica sulla casta avvocatizia americana (credo la più pagata al mondo), l’onere di decidere a priori in merito ai singoli casi. Considerato che le parcelle si pagano solo a sentenza emessa (e quindi gli avvocati targati USA rischiano del loro), hanno tutto l’interesse a rifiutare cause perse, togliendo un sacco di lavoro alla magistratura, e velocizzando il più possibile quelle che decidono di accettare.
    Dico insomma: in tutti noi vi è il senso del bene e del male. (…)
    Quesito numero quattro (e con questo ti saluto, adorerei disquisire ore con qualcuno che si intende di diritto e di economia, non come me, ma la pausa pranzo è a termine e non voglio rubare al mio datore di lavoro): (…)
    Si parla tanto di rilanciare l’economia attraverso l’avvio delle grandi opere: perchè non costruiamo qualche nuovo penitenziario (questa me la potevo risparmiare)? Perchè non formalizziamo l’istituto della class-action? L’interesse dei pochi vale la tutela dei molti. Di questa sono sicuro.
    Non lasciare che ti fermino.

  2. Pingback: Proposta di modifica dell’art. 2112 c.c. « IdeAzione

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