I rischi connessi all’esternalizzazione dei servizi informatici al ministero di Giustizia

12 dicembre 2010. Rilanciamo gli atti tratti dal convegno ‘Qualcuno vuole fa funzionare la giustizia – Gli uffici giudiziari del distretto nisseno tra crisi ed efficienza’ (Caltanissetta, 3 luglio 2009)  in merito alle questioni di interesse pubblico legate all’esternalizzazione dei servizi informatici del ministero della giustizia. L’attività giudiziaria sarà a rischio di infiltrazioni?
Attualmente non si hanno informazioni chiare circa l’effettivo stato di attuazione del progetto di informatizzazione ‘da remoto’ degli uffici giudiziari. Alleghiamo un progetto di proposta alternativa in favore dell’ANM. Si prevedono a breve aggiornamenti a cura della redazione di 19luglio1992.

La politica di esternalizzazione dei servizi informatici attuata dal ministero della Giustizia presenta rilevanti questioni di interesse pubblico.
L’aspetto che sicuramente desta maggiori preoccupazioni è l’affidamento ai privati dell’organizzazione informatica dell’attività giudiziaria.
Quello che si contesta, si badi bene, non è il ricorso all’informatizzazione dei processi organizzativi dei palazzi della Giustizia, che è ovviamente una necessità incontestabile, bensì il modo attraverso cui ciò è stato progettato.
Da una prima analisi della documentazione, pare che il ministero della Giustizia abbia praticamente ceduto a terzi la gestione delle informazioni relative all’attività giudiziaria.  La domanda sorge spontanea: esiste un oggettivo pericolo che nel corso delle indagini il lavoro del magistrato finisca nelle mani di soggetti privati con tutte le conseguenze del caso? Di sicuro, non rassicura il fatto che l’assistenza informatica, almeno in parte, sarà gestita dalle società private attraverso dei call center con accesso da remoto, e forse potenzialmente in tutte le aree della postazione di lavoro del magistrato.
E’ chiaro che un formale protocollo di sicurezza non è sufficiente per eliminare tale pericolo, dati i mezzi tecnici attraverso cui i privati potranno gestire il servizio.
Ma nell’ipotesi in cui un operatore di call center violasse i sistemi di sicurezza, su chi ricadrebbe la responsabilità? E’ la risposta a questa domanda che consente di rendere meno incerti i confini dell’operazione.

Per cominciare, il principale effetto dell’esternalizzazione è una sorta di deresponsabilizzazione della p.a. nei confronti dei cittadini. L’affidamento a fornitori esterni di determinati servizi pubblici implica infatti che il cittadino, nei casi di cattiva amministrazione dell’attività esternalizzata, possa solo rivalersi nei confronti del privato. In altri termini, il rapporto pubblica amministrazione-cittadino si trasforma in un rapporto tra privati, con la conseguenza che la gestione della cosa pubblica segue prevalentemente, se non addirittura esclusivamente, mere logiche di mercato.
Quanto poi al personale addetto ai servizi ceduti, le conseguenze della privatizzazione sono nella maggior parte dei casi pessime. Essere un pubblico dipendente fornisce garanzie di stabilità del posto di lavoro e di rispetto dei diritti che una società ‘commessa-dipendente’  non sarà mai essere in grado di fornire. Molti dei lavoratori dell’Assistenza Tecnica Unificata del ministero della Giustizia, che hanno fino ad oggi supportato l’assistenza informatica nei tribunali, sono stati licenziati e molti altri lo saranno a breve.
Questa, ovviamente, è un’ulteriore conseguenza negativa per il cittadino. Come può, in termini di sicurezza ma anche di professionalità, un lavoratore di una qualsiasi società privata offrire le stesse garanzie di un lavoratore stabile soggetto al diretto controllo della p.a.? La risposta è ovvia, tale privatizzazione comporterà probabilmente una consistente perdita di controllo sulle persone che metteranno le mani sulla gestione informatica dei dati giudiziari.

A nulla vale, poi, che nei contratti quadro si stabiliscano delle penali a carico della parte inadempiente. Primo, l’eventuale risarcimento andrebbe a favore della pubblica amministrazione e non del cittadino. Secondo, si tratta di un risarcimento di natura economica, riferito esclusivamente al livello di qualità del servizio, e non anche in specifica relazione alla gestione dei sistemi di sicurezza. Anzi pare che il fornitore esterno si sia ben guardato da un’eventuale responsabilità in quest’ultimo senso. Tra le varie ipotesi di Forza maggiore previsti nell’art. 24 del Contratto Quadro relativo al lotto 1 (n. 4/2007)*, si prevede infatti anche il sabotaggio, che è, e le parti ne sono ben consapevoli, uno dei metodi più conosciuti di infiltrazione informatica. Sulla base di tale accordo, si arriverebbe all’assurda conclusione che nell’ipotesi di deliberata azione volta all’intralcio e all’indebolimento dell’attività giudiziaria per il tramite dei servizi informatici le parti non hanno alcuna responsabilità. Ma poi, perché prevedere inoltre, fra i casi di forza maggiore, gli atti di Governo, delle autorità giudiziarie, delle autorità amministrative e/o delle autorità di regolamentazione indipendenti?
Anche volendo richiamare la tutela prevista nel d.lgs. n. 196/2003 in materia di trattamento dei dati personali, che è sicuramente una strada da intraprendere, si tratterebbe comunque del diritto individuale alla privacy e non del diritto collettivo alla giustizia.
Ovviamente, il rischio di infiltrazioni con accesso da remoto esiste anche nell’ipotesi di gestione interna dei servizi informatici, ma in misura estremamente ridotta grazie al diretto controllo del dipendente pubblico da parte dell’amministrazione. C’è da chiedersi allora, perché gestire i dati dell’attività giudiziaria direttamente su un database centralizzato su server da remoto? Esiste attualmente la necessità che i tribunali si scambino le informazioni? Ciascun singolo tribunale non ha una propria organizzazione interna autonoma? Per quanto riguarda la mera attività amministrativa, e dunque escludendo l’attività del singolo magistrato, la centralizzazione dell’organizzazione di lavoro riferita al singolo tribunale è sicuramente utile. Solo così, infatti, i vari uffici amministrativi possono comunicare in modo efficiente ed efficace in quanto possono scambiarsi i dati, opportunamente classificati, in tempo reale.

La verità allora è che bisogna distinguere due diversi ambiti: l’attività amministrativa dei tribunali e quella investigativa del magistrato. L’informatizzazione centralizzata della prima non dovrebbe comportare grossi problemi di sicurezza. Tuttavia, perché bisogna centralizzare a livello nazionale e non a livello di singolo tribunale? Diversamente, l’attività di indagine della magistratura non dovrebbe essere centralizzata nemmeno a livello di singolo tribunale. In questo senso, bisogna anzitutto comprendere in dettaglio se ed in che modo la gestione da remoto coinvolgerà il lavoro dei magistrati.

Altre preoccupazioni sorgono in merito al comportamento dei privati nel mercato delle esternalizzazioni. Spesso le società appaltatrici riescono a loro volta a deresponsabilizzarsi attraverso la creazione di una o più società, direttamente o indirettamente controllate, che, attraverso il ricorso al subappalto, fungono da contenitori di pezzi di attività. Ne consegue che, poiché rispetto alla società controllante essi rappresentano distinti centri di imputazione di rapporti giuridici, chi risponde dei danni eventualmente cagionati dalla società subappaltatrice? Se non per espressa previsione, chi cede in subappalto attività che gli sono state commissionate dall’operatore pubblico non deve rispondere con il proprio patrimonio per l’attività svolta dalla subappaltatrice, a meno che non si dimostri l’abuso di personalità giuridica. Infine, si consideri che anche la disciplina relativa ai gruppi societari prevede specificatamente solo due tipi di responsabilità, della controllante nei confronti dei soci e dei creditori della controllata, e dunque nessuna disposizione in favore degli altri soggetti coinvolti a vario titolo nell’attività d’impresa, compresi i lavoratori.

Tirando le somme, nessuno risulta adeguatamente responsabile di una eventuale violazione dell’attività giudiziaria, forse, al limite, un disgraziato operatore di call center, magari assunto con un contratto a progetto di seicento euro al mese. La Magistratura rischia di subire un serio attacco dall’interno, nella peggiore delle ipotesi devastante e dalle conseguenze incalcolabili per l’intera collettività. L’unico modo per prevenire tale pericolo è quello di comprendere fino in fondo i reali termini della privatizzazione.
Per tale ragione, è necessario che la Magistratura attui un programma di lavoro volto al raggiungimento di tale obiettivo, soprattutto attraverso il coinvolgimento degli esperti informatici dell’Assistenza Tecnica Unificata, cui va il merito di avere sollevato la questione.
In questa direzione, occorrerebbe approfondire l’eventuale esistenza di incompatibilità tra tale politica di outsourcing ed alcune disposizioni di legge. Fra queste:

– la normativa in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. n. 196/2003), specie in riferimento ai trattamenti in ambito giudiziario;
– il Codice dell’amministrazione digitale (d.lgs. n. 82/2005);
– il Testo unico sugli appalti pubblici (d.lgs. n. 163/2006).

Tutto questo dovrebbe essere finalizzato alla formulazione di una proposta alternativa di informatizzazione dell’attività giudiziaria, che non comporti il trasferimento dei dati e delle informazioni relative alle indagini condotte dai magistrati, ovviamente una volta verificato che quella attuale risulta impostata in tal senso.
In questa direzione, una forma di sana e proficua applicazione della tecnologia nel settore della Giustizia potrebbe essere la creazione di un sistema informatizzato di raccolta ed elaborazione delle sentenze, diretto alla individuazione dei contenziosi che generano maggiori conflitti sociali a livello nazionale. Il legislatore, a questo punto, sarebbe in grado di realizzare proposte normative molto vicine alle esigenze della collettività.

Lidia Undiemi
(ricercatrice precaria presso l’Università di Palermo. Per contatti visita il sito www.lidiaundiemi.it.)
(Atti tratti dal convegno ‘Qualcuno vuole fa funzionare la giustizia – Gli uffici giudiziari del distretto nisseno tra crisi ed efficienza, Caltanissetta, 3 luglio 2009)

Per leggere i contributi a favore del progetto di proposta alternativa a quella del Ministero di Grazia e Giustizia SCARICA il documento PDF in allegato.

Vai alla sezione video per visionare gli interventi

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About the Author

Lidia Undiemi
Esperta in materia di tutela dei lavoratori nelle trasformazioni di impresa. Dottore di ricerca in Diritto dell'Economia, dei Trasporti e dell'Ambiente. Titolo conseguito presso l'Università degli Studi di Palermo nell'aprile del 2010. Attualmente non ho alcun incarico all'Università di Palermo, continuo comunque ad impegnare gran parte del mio tempo in studi giuridici ed economici. Ho pubblicato un libro "Il ricatto dei mercati" che contiene una indagine sulla nuova governance economia europera ed internazionale, e sulle trasformazioni del mondo del lavoro nell'era della finanza. Sono autrice di pubblicazioni scientifiche, di cui l'ultima pubblicata nelle rivista scientifica di diritto del lavoro "Variazioni su Temi di Diritto del Lavoro" dal titolo "Trasferimento di parte d’azienda, appalti e collegamenti societari: complessità della realtà e nuove sfide interpretative". Ho realizzato un progetto scientifico e politico contro la crisi dell'economia reale e dei posti di lavoro causata dalla speculazione finanziaria. Credo nella ricerca come principale strumento principale di difesa contro derive autoritarie.

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