Io lo avevo detto fin da subito nel 2007 a cosa avrebbe portato la cessione dei dipendenti Vodafone!

SEMPRE ESTERNALIZZAZIONI!!! IL PIU’ GRANDE PROBLEMA DEL LAVORO IN ITALIA OGGI! CHI NE PARLA?

Chi tutela i dipendenti Vodafone?

Il NO dei lavoratori esternalizzati all’accordo Omnitel-Comdata: azioni legali come principale forma di autotutela

Le evidenti ipocrisie dell’ipotesi di accordo sulla cessione del ramo d’azienda tra la Vodafone Italia e la Comdata Care spingeranno i lavoratori ad autorganizzarsi per la difesa dei propri diritti.

Di Lidia Undiemi,

Nonostante i lavoratori ceduti dalla Vodafone Italia si organizzano per protestare contro la loro cessione in favore della neonata Comdata Care Srl, i sindacati continuano a descrivere l’intesa raggiunta come un accordo importante per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori esternalizzati. Qualcuno dice bugie. Sulla idoneità dell’ipotesi di accordo a costituire un solido sistema di garanzia dei diritti dei lavoratori si potrebbe anche discutere, ma una cosa è certa: i lavoratori si fidano sempre meno dei propri rappresentanti, con la conseguenza che tendono ad autotutelarsi attraverso il ricorso ad azioni legali. Un caso simbolico è quello relativo alle decine di cause indette dalle centinaia di lavoratori di diverse parti d’Italia contro le politiche di esternalizzazione della Telecom, molte delle quali sono già state dichiarate illegittime da diversi giudici. I lavoratori ceduti da Vodafone Italia si guardano bene dalle false certezze e dalle false promesse, ed hanno deciso di continuare a protestare nonostante la superficialità e la banalità con cui i giornalisti dei principali quotidiani di informazione hanno commentato l’accaduto. Dalle modalità di gestione delle operazioni di voto con cui i lavoratori sono stati chiamati ad esprimere il proprio parere sull’intesa, al contenuto dell’ipotesi di accordo stessa, le ragioni della protesta risultano più che fondate. Anzitutto si deve chiarire che l’ipotesi di accordo non è stata ratificata dalla maggioranza dei lavoratori coinvolti nell’operazione di esternalizzazione (914), bensì da un numero inferiore di votanti (707). La differenza non potrebbe sfuggire nemmeno ai commenti dei meno attenti, dato che il sì ha vinto per 115 voti favorevoli, che rappresentano poco più della metà delle preferenze inespresse (207). Da ciò è possibile chiarire due aspetti fondamentali della vicenda. [continua a leggere]

In primo luogo i voti favorevoli non hanno rappresentano la maggioranza dei lavoratori esternalizzati, bensì di una parte di essi, con la conseguenza che coloro che si sono pubblicamente espressi sui risultati del referendum avrebbero dovuto quantomeno evidenziare che 498 lavoratori su 914 (quindi la maggioranza) non hanno detto sì all’ipotesi di accordo. In secondo luogo ci si sarebbe dovuto chiedere perché circa 200 lavoratori non si sono espressi su una vicenda così importante per il loro futuro. Sul punto è interessante sottolineare come i nominativi dei lavoratori da esternalizzare sono stati resi pubblici soltanto alle ore 12:30 del 30 ottobre, ossia durante lo stesso giorno di inizio delle votazioni, da cui è derivata l’impossibilità per i sindacalisti delle RSU di contattare per tempo tutti i lavoratori interessati, ed in particolare coloro che per vari motivi non erano a conoscenza del referendum. A Roma, per esempio, è stato fornito un elenco incompleto, in cui sono stati esclusi circa 40 dei 273 nominativi dei lavoratori da esternalizzare, che si ipotizza siano coloro che risultavano assenti da lavoro per vari motivi (malattia, maternità ecc..). La medesima situazione si è probabilmente verificata nelle altre città. Resta comunque il fatto che, a prescindere dalla incompletezza o meno degli elenchi, l’avere fornito i nominativi soltanto nello stesso giorno di inizio delle votazioni ha precluso un’adeguata azione di promozione di partecipazione attiva dei lavoratori, e questo a maggior ragione se si considera che in alcune delle città è stato concesso di votare soltanto per due giorni (30 e 31 di ottobre). Di dubbia correttezza è inoltre la tempistica attraverso cui sono state gestite le operazioni di voto: i lavoratori di Roma, Milano e Padova hanno votato il 30 ed il 31 ottobre, i lavoratori di Ivrea hanno votato il 31 ottobre e l’1 ed il 2 novembre, ed infine i lavoratori di Napoli che hanno addirittura votato il 5 novembre, ossia tre giorni dopo la diffusione della notizia della vittoria del sì. Da quanto emerso risulta evidente che non solo l’ipotesi di accordo non ha avuto il consenso formale della maggioranza dei lavoratori esternalizzati, ma che inoltre le stesse modalità di gestione delle operazioni di voto risultano altamente discutibili. Ad alimentare la protesta dei lavoratori ceduti interviene in modo determinante la serie di ipocrisie contenute nell’ipotesi di accordo. Non si capisce anzitutto perché si debba chiamare ipotesi di accordo quello che in realtà è un accordo su cui i lavoratori sono stati chiamati ad esprimersi. Bisogna fare chiarezza su questo punto, perché una ipotesi di accordo è teoricamente una cosa diversa da un accordo, e qualcuno si dovrebbe fare carico dell’onere di spiegare se quello che hanno votato i lavoratori è un accordo od una semplice ipotesi, al fine di evitare facili strumentalizzazioni dei termini. Se poi la distinzione la si voglia intendere nel senso di considerare lo specifico accordo una ipotesi da trasformarsi in accordo vero e proprio con l’approvazione della maggioranza dei lavoratori ceduti, si deve concludere che questa trasformazione (da ipotesi di accordo ad accordo) non si è verificata in quanto la maggioranza suddetta non si è di fatto avuta. Ma l’ambiguità più pericolosa è quella relativa all’impresa che realmente acquisisce il ramo di azienda oggetto di cessione. Nell’ipotesi di accordo figurano tre società, ossia la Vodafone Italia, la Comdata Spa e la Comdata Care Srl, quest’ultima costituita di recente dalla Comdata Spa che la controlla al 100%. La presenza di tre diverse società per una cessione che ne coinvolge soltanto due è una cosa davvero strana. Questo a maggior ragione se si considera che la procedura di consultazione sindacale prevista dall’art. 47, comma 2 della Legge n. 428/1990 (che si è conclusa l’8 ottobre mentre l’ipotesi di accordo è datata 25 ottobre) aveva originariamente ad oggetto un trasferimento di ramo di azienda in favore della Comdata Spa, mentre la cessione del medesimo ramo di azienda è definitivamente avvenuta l’8 novembre in favore di un’impresa diversa, ossia la Comdata Care Srl. Quest’ultima società, dunque, non ha attuato alcuna procedura di consultazione sindacale prevista dall’art. 47, comma 2 della Legge n. 428/1990, e quindi potrebbe incorrere nella condotta antisindacale ai sensi dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, così come previsto dall’art. 47, comma 3 della Legge n. 428/1990. Ma nonostante questo è difficile pensare ad una condotta antisindacale, quando sono stati gli stessi sindacati ad accettare la successiva ipotesi di accordo, dove il ruolo della Comdata Spa e della Comdata Care Srl viene alternato a proprio piacimento. Un’ulteriore dimostrazione di questa erronea rappresentazione della realtà si riscontra nella lettera che la Comdata Care Srl ha consegnato ai lavoratori il 9 novembre, dove l’anzidetta società comunica ai lavoratori dell’avvenuta cessione specificando che la stessa è stata anticipata dalla procedura di consultazione sindacale di cui all’art. 47 L. n. 428/1990 che, come già discusso, è stata in realtà gestita dalla Comdata Spa, e forse addirittura durante questa procedura la Comdata Care Srl nemmeno esisteva. A questo punto si può affermare che nonostante la trattativa sia stata governata dalla Comdata Spa, l’intero ramo di azienda (compresi i suoi 914 lavoratori), è stato acquisito dalla Comdata Care Srl, che anche se apparentemente è una società distinta dalla Comdata Spa, in realtà è totalmente controllata da quest’ultima. Nessun giornale ha commentato questi passaggi importanti, e tutti hanno preferito scavalcare il problema, associando erroneamente il nome Comdata (alcuni anche gruppo Comdata) al cessionario del ramo di azienda esternalizzato. Ebbene, occorre chiarire che il cessionario è formalmente la Comdata Care Srl, anche se il ramo di azienda è stato in realtà acquisito dalla Comdata Spa, seppure indirettamente attraverso il controllo della prima. Ma perché tutti questi intrecci? Perché la Comdata Spa non ha rilevato direttamente il ramo di azienda piuttosto che farlo acquisire da un’altra società che tra l’altro controlla al 100%? Le risposte risiedono probabilmente in una strategia di deresponsabilizzazione, attraverso cui le società riescono a governare certe attività senza necessariamente assumersi le relative responsabilità. Nel caso in questione è evidente che il ramo di azienda sarà governato dalla Comdata Spa, la quale però non ha assunto l’onere di diventare il datore di lavoro dei 914 dipendenti delle attività acquisite. Non è difficile immaginare le conseguenze per i lavoratori se la Comdata Care Srl non riuscisse ad essere competitiva nel mercato. I lavoratori esternalizzati questo l’hanno capito, e quello che deve veramente stupire è il silenzio dei sindacati su questa delicata questione, specie se si considera che negli ultimi anni simili strategie di esternalizzazione hanno causato la perdita del posto di lavoro di centinaia di persone. Non ci si può nemmeno confortare con il contenuto dell’accordo. E’ privo di significato a tal proposito il punto 4 dell’ipotesi di accordo in cui si stabilisce che <<le parti hanno condiviso la necessità di garantire con la presente intesa le condizioni e i trattamenti individuali e collettivi sindacalmente definiti ed attualmente in essere allo scopo di mantenere stabili condizioni di lavoro nei confronti delle persone oggetto del trasferimento>>. E’ direttamente l’art. 2112 c.c. che impone il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di azienda o di un suo ramo. Pertanto, tali diritti non possono essere oggetto di contrattazione, figuriamoci risultare una forma di garanzia concessa dal cedente e dal cessionario in favore dei lavoratori, o addirittura una conquista dei sindacati che hanno firmato l’ipotesi di accordo
. Analoghe considerazioni per altrettante finte concessioni di garanzia sparse nell’ipotesi di accordo. Davvero triste è inoltre la previsione della garanzia del mantenimento della stabilità occupazionale attraverso un contratto di servizi di sette anni stipulato tra cedente (Vodafone Italia) e cessionario (Comdata Care Srl), che gli stessi sindacati hanno reputato una conquista. Non si capisce come si possa definire conquista una stabilità di sette anni quando i lavoratori sono passati da un contratto di lavoro a tempo indeterminato senza commesse in scadenza, ad un contratto di lavoro le cui sorti sono legate ad un contratto di servizi di sette anni. Bisogna poi capire in che cosa consiste effettivamente questa garanzia di stabilità occupazionale, anche se è evidente che si tratta di una semplice promessa. Per non parlare del punto 11 in cui tutto ad un tratto si parla di contratto di servizi fra Vodafone Italia e Comdata Spa, piuttosto che fra Vodafone Italia e Comdata Srl. Questi e tanti altri dettagli dimostrano come l’ipotesi di accordo, tanto vantata dai sindacati, e davvero priva di garanzie reali, fermo restando quelle imposte dalla legge. L’unico vero dato confortante è la consapevolezza dei lavoratori che sono stati esternalizzati, i quali, oltre a mostrate un attento e corretto spirito critico, stanno dimostrando una forte capacità di resistenza alle pressioni psicologiche che stanno subendo ormai da diversi mesi. E non ci sarà da stupirsi se nei prossimi mesi decideranno di ricorrere ad azioni legali per far valere i propri diritti. Questa, ormai, sembra essere l’unica concreta forma di tutela a disposizione dei lavoratori.



NOVEMBRE 2007

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About the Author

Lidia Undiemi
Esperta in materia di tutela dei lavoratori nelle trasformazioni di impresa. Dottore di ricerca in Diritto dell'Economia, dei Trasporti e dell'Ambiente. Titolo conseguito presso l'Università degli Studi di Palermo nell'aprile del 2010. Attualmente non ho alcun incarico all'Università di Palermo, continuo comunque ad impegnare gran parte del mio tempo in studi giuridici ed economici. Ho pubblicato un libro "Il ricatto dei mercati" che contiene una indagine sulla nuova governance economia europera ed internazionale, e sulle trasformazioni del mondo del lavoro nell'era della finanza. Sono autrice di pubblicazioni scientifiche, di cui l'ultima pubblicata nelle rivista scientifica di diritto del lavoro "Variazioni su Temi di Diritto del Lavoro" dal titolo "Trasferimento di parte d’azienda, appalti e collegamenti societari: complessità della realtà e nuove sfide interpretative". Ho realizzato un progetto scientifico e politico contro la crisi dell'economia reale e dei posti di lavoro causata dalla speculazione finanziaria. Credo nella ricerca come principale strumento principale di difesa contro derive autoritarie.

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